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Dal 15 luglio 2010 ad aprile 2011
La mostra presenta tre sale da pranzo complete che, con l’aggiunta di quella
di Piero Bottoni (1937) già in esposizione, permettono di ripercorrere
l’evoluzione degli stili che hanno connotato il panorama delle arti
decorative italiane nel periodo tra le due guerre e invitano a riflettere
sui modi di vita dell’epoca, sul significato sociale della famiglia e
sull’influenza dei comportamenti proposti dalla politica e dai moderni mezzi
di comunicazione che allora si stavano imponendo.
La prima sala di Ettore Zaccari (Cesena 1877 – Milano 1922), titolare nel
capoluogo lombardo di una “bottega” specializzata in mobili d’arte,
rappresenta un tipico esempio dei suoi arredi, nei quali si ravvisano
caratteristiche stilistiche proprie del gusto déco. Le sue opere,
solitamente in legno lucidato scuro, pur improntate alla rivisitazione dei
mobili “in stile”, soprattutto rinascimentali, si avvicinano infatti ad
alcune tra le più aggiornate esperienze internazionali contemporanee, come
ad esempio la produzione del francese Maurice Dufrène, per il segno fitto ed
esuberante della decorazione a intaglio, spesso dorata o dipinta. In questa
sala da pranzo si nota inoltre una precisa volontà di caratterizzazione da
parte dei committenti: sul tavolo sono intagliati i nomi dei vari componenti
della famiglia e le spalliere delle sedie sono personalizzate con
monogrammi.
Nella sala da pranzo per casa Anzellotti, disegnata e intagliata nel 1932
dallo scultore Umberto Bartoli (Livorno 1888 – Firenze 1977), collaboratore
sin dai primi anni Venti dello Studio Coppedè, si combinano elementi formali
di gusto déco con motivi stilistici d’impronta novecentista. La rigidezza
compositiva dei trofei sportivi della credenza e dei putti posti ai quattro
angoli del tavolo denota una matrice déco, mentre la sintonia espressiva con
l’arcaismo e la semplificazione plastica dello stile Novecento appare
evidente nei soggetti delle figure intagliate, ispirati al tema dello sport.
La scelta iconografica risale a una precisa richiesta della committenza:
l’immagine del calciatore al centro della credenza fa infatti riferimento ai
trascorsi calcistici di Aldo Anzellotti; la figura della sciatrice su uno
degli angoli della console testimonia la passione per lo sci della moglie
Bianca Cresti. Questo tema trovava peraltro precisi riscontri con il culto
fascista per l'ardimento e la competizione, come metafora di un imminente
impegno militare.
Chiude la sezione L’Autarca, entrato nel patrimonio della Wolfsoniana grazie
a una recente donazione. Si tratta di un tavolo rotondo, dalle forme
geometriche prive di decorazione, progettato dal notaio genovese Angelo
Fasce (Genova 1878 – Ovada, Alessandria, 1943), che ne ottenne il brevetto
nel 1936 con la definizione “Tavolo contenente tutto il necessario per il
servizio dei pasti”. La caratteristica più singolare dell’opera è infatti
che, grazie a un meccanismo di pesi e contrappesi, dalla sua parte centrale
possono alzarsi, girando una manovella, vari piani contenenti tutto quanto è
necessario per un pranzo completo. In questo modo i commensali potevano
consumare il pranzo senza doversi alzare e senza l’ausilio di personale di
servizio. Il tavolo è presentato con il suo “corredo” originario: i piatti
in terraglia rossa della Richard-Ginori, le tazzine da caffè in bachelite, i
bicchieri in vetro di Murano, le tovagliette di lino ricamato, i menu
originali, oltre ad alcune fotografie d’epoca che consentono di capirne il
funzionamento.


Mostre a cura di The Mitchell Wolfson Jr. Collection. Fondazione Regionale C. Colombo