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Chi è Mr. Wolfson

Libro Nuova Architettura

Qual è lo spirito della collezione?

La collezione vuole essere una risposta alla contemporanea cultura della comunicazione. Trovo che l’aspetto visivo sia il canale principale attraverso il quale l’uomo entra in contatto con il mondo. Collezionare è l’attività principale della mia vita.

Cosa vuole comunicare attraverso le opere che colleziona?

Mi piace l’idea di suscitare curiosità nelle persone, spingere la gente alla riflessione. Sono fondamentalmente un provocatore. Ciò che mi sta a cuore è il messaggio che l’arte comunica nel tempo; è tale messaggio che io voglio evidenziare e trasmettere come segno riconoscibile della nostra epoca. Collezionare è in qualche modo una forma di egocentrismo. Mi rispecchio nel ruolo dell’uomo “che cerca e che trova”. Sono egocentrico nella vita di tutti i giorni, ma non credo di esserlo come collezionista: preferisco definirmi un conservatore perché in me predomina il desiderio di “mantenere” e non di “possedere”. Mi sono dato il compito di salvare oggetti che probabilmente per altre persone rappresentano poco o nulla; mi considero una sorta di missionario dell’arte. Lo scopo finale di tale attività è la condivisione ed il coinvolgimento del maggior numero di persone nella mia missione.

Com’è nata la sua passione per il collezionismo?

E’ iniziata a Miami, dove abitavo. Affrontando gli studi umanistici ho capito che l’amore per il collezionare è una dote innata, istintiva. Tale istinto è nato con me, anche se poi sono stati i miei genitori ed i miei insegnanti ad aiutarmi a capire la mia strada. Il mio compito è quello di dare alla gente stimoli per pensare. Non mi sento un collezionista; piuttosto mi ritengo uno storico la cui missione è salvare gli oggetti. Non vado mai a cercare gli oggetti che colleziono; in qualche modo sono loro a trovare me.

Qual è il suo pezzo preferito, quello che ama di meno, quello che rimpiange di non possedere?

Non colleziono con il fine di tenere per me gli oggetti, quindi non sono attaccato a nessun oggetto in particolare. Ricordo però con affetto il primo oggetto acquistato all’età di 12 anni: era un libro di Coleridge, magico e romantico, tuttavia si trattava di una seconda edizione: un errore! Ciò che mi appassiona meno invece sono i vetri poiché una volta rotti è praticamente impossibile ricomporli. Non rimpiango alcun oggetto perduto. Come ogni collezionista sono molto tenace e un po’ perverso. Farei qualunque cosa per aggiudicarmi il “tassello mancante”. Se un pezzo mi interessa sul serio cerco con ogni mezzo di ottenerlo. Mi è capitato di protrarre una trattativa per 25 anni, come nel caso de La notte di Cambellotti.

Qual è l’ultimo oggetto che ha acquistato?

Il più recente è una collezione di manifesti della Repubblica di Salò del 1943 – 45 della Provincia di Parma e di Piacenza, il cui tema è il lavoro forzato e l’autorità militare. Ho recentemente acquistato anche alcuni bozzetti di manifesti futuristi, libri e riviste illustrate da Rubino.

Dove acquista gli oggetti?

Ho un piacere quasi “arabo” per la contrattazione. Detesto comprare attraverso le aste proprio perché in queste ultime si perde il contatto diretto con il venditore. Come ho già detto, non vado mai a cercare le cose, sono gli oggetti che cercano me.

Trova piacere nell’acquisto?

Per me il piacere sta soprattutto nella contrattazione. La compravendita è uno scambio simbolico di valore, quasi come un baratto. Soldi per oggetti. E’ il contatto con la persona che rende tale attività più appassionante, sia che essa avvenga con un negoziante, con un appassionato o con chiunque altro. Talvolta è accaduto che barattassi oggetti con oggetti come nel caso dei sette pianoforti realizzati nel nord Italia scambiati con una camera “Berlino Est “ dell’architetto August Endell. In quel caso, un antiquario di Piacenza mi aveva informato che a Berlino vi era una persona che vendeva oggetti d’antiquariato in cambio di pianoforti; dopo alcune trattative a distanza si realizzò lo scambio.

Compra d’istinto oppure si documenta?

Un oggetto per essere acquistato non deve “piacere”, ma deve “essere amato”. Nonostante ciò, quando decido di non acquistare un oggetto, rifletto a lungo per capire se sia la decisione giusta.Tuttavia con il passare del tempo il mio approccio alla trattativa e all’acquisto è cambiato; prima mi affidavo senz’altro all’istinto, oggi preferisco documentarmi in anticipo.


Che riscontro ha da parte del pubblico?

Solitamente ho un riscontro positivo; ciò mi conforta; ma, all’inizio mi era ignota la reazione che la gente avrebbe potuto avere. Tuttavia anche se non avessi avuto un buon feedback avrei continuato nella mia opera senza riserve. A Miami infatti, nei primi tempi di apertura della collezione, i miei oggetti venivano considerati alla stregua di “spazzatura”; con il passare del tempo si sono tramutati in “roba”; ora in molti sostengono che quegli stessi oggetti siano documentazione storica. Mi pare sia un bel passo avanti!


Oltre al dato artistico è interessato anche al lato economico dell’attività collezionistica? Che valore economico ha la Sua collezione?

Generalmente acquistare significa spendere; la collezione tuttavia non è una spesa ma un semplice scambio di valori da non intendere in senso economico. Mi piace il rapporto che instauro con le persone che incontro, persone con le quali entro in relazioni d’affari. E’ in questo senso che “investo”. Collezionare significa per me anche apprezzare il lato estetico degli oggetti, la loro bellezza. Credo che ciò derivi dal mio segno zodiacale: la bilancia, in virtù del quale sono molto attento al fattore bellezza e alla gratificazione data dall’essere consapevoli di piacere.

Cosa colleziona per sé in forma privata?

Privatamente non colleziono nulla anche se molte tra le opere che ho raccolto sono custodite nella mia abitazione privata. Ciò accade per una ragione quasi ludica. Le mie case sono come grandi “scenografie teatrali”. Alcuni mobili non hanno alcun valore economico ma hanno il compito preciso di creare la giusta atmosfera. Anche se spesso sono mobili talmente belli da non essere adatti ad un uso quotidiano.

Chi l’ ha ispirata e chi la ispira tuttora?

Ho avuto la fortuna di appartenere ad una famiglia benestante e mio padre, brillante uomo d’affari era una persona eccezionale. Mi è sempre piaciuto il bello; la mia naturale curiosità, unita alla mia formazione umanistica sono state le mie guide. I miei professori mi hanno aiutato a far uscire allo scoperto le mie passioni. Sono nato conservatore e la curiosità di conoscere ciò che mi circonda mi conduce anche alla conoscenza di me stesso. Non saprei vivere al di fuori delle dinamiche del collezionare perché è attraverso tali dinamiche che si manifesta prepotente in me l’esigenza di ricordare.

Come ricorda i suoi genitori?

Dai miei genitori ho avuto in eredità una Cadillac del 1964, 110 cavalli da corsa e 10000 dollari. Mio padre era nato in un’isola a 90 chilometri da l’Havana e mia madre proveniva da una tipica cittadina americana, Pensacola. Papà era una persona geniale: è riuscito perfino a fondare un’ Università. Miami è popolata da numerosi rifugiati ed esiliati: mio padre aveva capito che per queste persone non era facile integrarsi e ciò poteva rappresentare un problema per tutti. Ha pensato di creare un collegio per tutti loro in modo che attraverso la reciproca solidarietà ci fossero concrete possibilità di aiuto; con il tempo il collegio si è trasformato in Università ed ora il Miami Dade College è una delle più grandi Università degli Stati Uniti.

In che cosa consiste quella che lei definisce la Sua “curiosità onnivora”?

E’ la molla che mi spinge ad andare avanti: è la mia stessa vita. Mi piace condividere il mio pensiero con gli altri, amo il contatto e lo scambio d’opinioni, mi piace conoscere il punto di vista degli altri. Specie di quelli che hanno vissuto il mio stesso periodo storico.

Possiamo definirla raccoglitore di testimonianze e documenti d’epoca?

Collezionare per me significa conservare, mantenere, salvare, memorizzare. E’ dare memoria a un’ epoca che segna l’inizio dell’età contemporanea: un’ epoca a cui appartengo, essendo nato nel 1939. Attraverso la mia collezione sto attuando un personale percorso per capire la storia, anche la mia storia: gli oggetti che ho raccolto sono la mia autobiografia.

Fra gli oggetti da Lei collezionati ce ne sono alcuni che appartengono ad un periodo storico considerato tabù fino a qualche anno addietro: quando Lei ha iniziato a collezionare ha avvertito questa chiusura verso quel periodo?

Non bisogna confondere il significato con la testimonianza. L’oggetto è testimone di un’epoca su cui non esprime giudizi. L’oggettistica ha un linguaggio e l’arte rappresenta il suo vocabolario. I valori e le idee si esprimono attraverso le azioni dell’uomo. In questa collezione sono rappresentati lo spirito e l’intelletto umano in un periodo di importanza strategica per la storia. Con l’aiuto dei curatori italiani e di quelli che si occupano della sede americana di Miami, la collezione ha sempre fatto in modo di non confondere la propaganda con l’attività collezionistica. Non vengono imposti giudizi o chiavi di lettura: si invita al pensiero. Ciò che interessa non è il messaggio ma la rappresentazione. Il nostro Centro Studi costituisce un invito poiché tutto va studiato e approfondito. Esso inoltre è prologo al museo, essendo nato nel 1993 e avendo offerto per la prima volta in Italia una raccolta di tal genere riunita nella medesima collezione.

La collezione genovese è ancora Sua o è stata donata alla Fondazione Colombo?

La collezione è affidata alla Fondazione Colombo in vista della definitiva donazione allo stesso Ente. A tale scopo, seguendo lo strumento giuridico in uso nei paesi anglosassoni, è stato creato un trust di cui la Fondazione Colombo è beneficiaria e amministratrice. Il Comune di Genova e la Regione Liguria forniscono alla Fondazione Colombo i fondi finanziari necessari al mantenimento della collezione.

Qual è il Suo rapporto con i conservatori?

E’ un rapporto professionale: chiedo spesso consigli e mi confronto. I curatori italiani e americani mi hanno aiutato a far sì che la collezione non fosse confusa con la propaganda; dalla storia infatti non si vogliono ricavare giudizi ma informazioni.

Di che cosa si occupano i conservatori?

I conservatori gestiscono il data base del Centro Studi, la sede di Via Asilo Garbarino e la nuova sede museale del Polo di Nervi; si occupano della presentazione e dello studio degli oggetti in modo che questi risultino ricordo e documento del periodo storico a cui appartengono.

Qual è la funzione del Centro Studi?

Tutti gli oggetti vanno studiati; per tale ragione prima di far parte della collezione il materiale viene messo a disposizione di studenti e studiosi.

Può dirci qualcosa sul Museo di Nervi?

La presentazione delle opere avverrà attraverso mostre temporanee costituite non soltanto da materiale Wolfson ma anche da altri documenti esterni alla collezione. Oltre alla sezione temporanea esiste una sezione dedicata all’esposizione permanente di alcune opere. Il senso della Wolfsoniana sarà quello di un museo la cui esperienza di visita dovrà essere ripetuta nel tempo.